Ho cresciuto mia nipote per dodici anni, pensando che sua madre fosse all’estero, ma un giorno la verità che mi ha detto mi ha sconvolto. Quando la polizia ha portato Ola da me, aveva solo tre anni. I suoi occhi erano pieni di paura e confusione, ma anche pieni di una speranza che non sapevo come proteggere. Mia figlia mi aveva telefonato poco prima di sparire, dicendomi che sarebbe andata all’estero per lavoro e che sarebbe tornata presto. Mi disse di prendermi cura di Ola, promettendo che sarebbe tornata. Le credetti, convinta che fosse solo una pausa temporanea.
Nei primi mesi, cercai di mantenere viva la speranza in Ola. Le raccontavo storie di posti lontani dove sua madre stava lavorando duramente per una vita migliore per entrambe. Ogni giorno le dicevo che sua mamma sarebbe tornata presto, che i treni e gli aerei avrebbero riportato la sua madre a casa. Scrivevo lettere a mia figlia, le mandavo foto di Ola mentre cresceva, mentre imparava a camminare, a parlare e a dire “ti voglio bene, nonna”.
Ma le risposte di mia figlia divennero sempre più rare e più brevi. Poi arrivarono solo cartoline, spedite da città diverse in Europa, tutte firmate “Mamma”. Per Ola, quelle cartoline erano la prova che sua madre la stava pensando. Per me, erano un dolore sempre più insostenibile, un amaro ricordo di una promessa mai mantenuta. Ma per proteggere Ola, ho continuato a mentirle. Credevo di proteggerla dal dolore della realtà, di offrirle la speranza che sua madre fosse solo lontana.
Un giorno, mentre eravamo insieme, Ola mi guardò con gli occhi di una giovane ragazza che aveva capito troppo. “Nonna, mi hai sempre detto che mamma tornava. Perché non è tornata?” Quella domanda mi colpì come un fulmine. E fu in quel momento che la verità finalmente emerse, una verità che avrei voluto non sentire mai.