Il luna park era in pieno fermento, come ogni estate. Le risate, il rumore delle giostre, il profumo di zucchero filato che invadeva l’aria. Ma in mezzo a quel caos, nessuno notò la bambina che camminava sola. Era troppo piccola per stare da sola, con le scarpe sformate e la felpa ormai sbiadita. I suoi occhi, però, non erano su nessuna delle attrazioni. Erano fissi su un unico obiettivo: una piccola gabbia di metallo davanti al padiglione del bestiame.
Dentro, un pastore tedesco immobile osservava la folla senza battere ciglio. La bambina stringeva forte lo zaino, e l’aria intorno a lei sembrava più densa. C’era qualcosa di inquietante nel modo in cui il cane la guardava, qualcosa che nessuno riusciva a spiegare. La folla continuava a chiacchierare, ignara, ma per un attimo il tempo sembrò fermarsi.
La bambina era la figlia dell’agente di polizia Hannah Parker, morta da mesi durante un’incidente durante un controllo stradale. Da quel giorno, la piccola non aveva mai più parlato. La gente si chiedeva perché fosse lì, cosa volesse da un cane in pensione. Forse cercava risposte. Forse cercava giustizia.
Quando la bambina entrò nella stalla, il cane alzò la testa e un brivido percorse l’aria. Nessuno se ne rese conto, ma nel momento in cui lei fece un passo avanti, le sue labbra si mossero. Non urlò, non fece gesti eclatanti. Ma quando parlò, la folla si fece silenziosa. Le sue parole non erano forti, ma avevano il potere di fermare tutto.
“Mi serve il cane,” disse, con una voce fragile ma determinata.
Un attimo dopo, il cane abbaiò, e la sua storia cominciò a svelarsi.